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Può una cartolina postale arrivare a destinazione a distanza di quasi sessant’anni? No, o forse si, anzi, sicuramente si. Può una cartolina partire da un luogo che non esiste più? Decisamente no, anzi, assolutamente si. I luoghi, gli spazi, il tempo non muoiono mai.Ci sono dei luoghi in cui tutto si è interrotto, in cui tutto è rimasto fermo, immobile, fisso nel tempo. Ci sono dei luoghi in cui tutto si è bloccato, in cui tutto è rimasto saldato in un fermo immagine, ma dai quali, insospettabilmente, è possibile ritornare. Ci sono dei frammenti di memoria,  dei mezzi, con i quali è possibile ritornare da lontano, ripresentarsi dal passato. Cartoline da Auschwitz è un concetto, un sistema di invio e ricezione che permette di comunicare attraverso il fluire accanito del tempo, un sistema di trasmissione che ci concede di parlare da lontano. Esistono dei mezzi, oggi definiremmo obsoleti ed imprevedibili, con i quali, attraverso la memoria, è possibile ritornare ai giorni nostri, ci sono dei brandelli di memoria cartacea con i quali è fattibile ritrovarsi, identità compresa, nell’odierno. Ricevere una cartolina da Auschwitz, significa ricevere un messaggio da un’altrove, da un tempo prima aperto, poi chiuso. Aggiungervi un messaggio, un segno, un’impronta, significa contribuire alla comunicazione, da un luogo che non esiste. Da un non luogo. Ciò accade perché si parte dal presupposto che Auschwitz, sia in senso geografico, sia nella sua ridefinizione terminologica (prima Oświęcim poi Auschwitz-) “sia esistito solo in un preciso lasso di tempo”. Terminata la rovina umana, aldilà delle utilizzazioni strumentali, dei vuoti riproponimenti che sovente vengono propinati, la sua identità non ha trovato altro che ideali ubicazioni, o meglio, ideali paragoni. La sua verità storica, la sua “temporanea realtà”, ha contribuito, una volta chiusi i cancelli del campo, a chiudere anche con il futuro, Auschwitz è ritornata ad essere Oświęcim. Le cartoline che partono dal campo sono in bianco perché non è rimasto nessuno, chiaramente, che possa scriverle, Auschwitz, ormai, è un vuoto. Vuoto il campo, vuote le baracche, gli anni che vanno dal ’40 al ’45, trascorsi all’interno dei reticolati, restano un vuoto nel tempo. Ed è proprio questo vuoto, questo segmento, quest’intervallo ideale, che offre la possibilità di poter intervenire, di poter tornare da esso comunicando. Oggi, adesso, da Auschwitz, può trasmettere chiunque qualsiasi cosa, la vita quotidiana del campo è finita, terminata, chiusa, ma li dove prima era impossibile comunicare verso l’esterno adesso sembra molto più prevedibile (ovvietà aldilà dei limiti del turismo massificato) tornare da esso e non ad esso.  Ritornare dal, e non ritornare al. Le cartoline che partono da Auschwitz sono brandelli di memoria, pezzi di memoria storicizzata, frammenti d’anamnesi, partenti dal passato, ritornanti  al futuro.

 

   
             

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