M       A       R      C      O      N       A       T      A        L      E

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Memorie da Berlino è un viaggio a ritroso, un tragitto rovesciato. L’itinerario di  questa memoria, giovane ma non ingenua, frammentaria, ma non per questo superficiale, si percorre retrocedendo senza mai volgere altrove lo sguardo se non avanti. Pellicola alla rovescia, dunque, in partenza dalla fine, questa memoria è una trincea scavalcata di spalle.  Simile memoria, si schiude ai margini della cortina eretta nel cuore dell’Europa che spaccava di fatto Berlino in due civiltà. Berlino-Lager, dunque, trincea dopo le trincee, sbarramento dopo gli sbarramenti. Lager a seguito dei lager.  Ad est, il passato non ritornava, non si ripeteva, bensì, restava odierno. Il passato, era irragionevolmente contemporaneo. La cortina  berlinese non  fu un macabro ritorno ad un accaduto ancora recente, piuttosto, una riconferma imperante di un precedente, segnato da  blocchi ed occlusioni. Al di là delle prerogative politiche, delle riconfigurazioni geopolitiche, che ebbero inizio con la caduta di Berlino, l’individuo non tornò ad essere prigioniero, bensì,  seguitò ad esserlo, seguitò ad essere un internato. Chi scampò alla furia nazista, lasciandosi alle spalle i reticolati di Buchenwald, qualche anno dopo non poté far altro che vivere tra Stalingrado ed il check-point di Germania.  I campi di concentramento, infine, non ebbero mai a chiudersi. Memorie da Berlino è un sentiero lungo migliaia di chilometri, che dal cuore della città tedesca s’inerpica verso la meta ideale Stalingrado. Berlino 1961, comincia il tracciato e il cammino nella memoria, serbiamo negli occhi la cortina ed i reticolati di Germania. Auschwitz 1943, il tracciato si interrompe e ciò che si vede è ciò che serbiamo già nell’iride, cortina e reticolato di Germania. E’ nelle viscere dell’Europa orientale che questa memoria si arresta e trattiene il fiato, è sui margini dei piccoli paesi dell’interno della Polonia, dove si ergevano i Campi, che si ferma ed osserva incredula. È sulle maglie di queste reti, di queste palizzate, di queste siepi ferrate, responsabili, ma prese a simbolo, della rottura di civiltà che tutt’oggi ci segna, che questa memoria interrompe il  proprio itinerario  per arrivare ad essere ciò che realmente è, o pretende d’essere: memoria  dei Campi, memoria del Male. Tuttavia, quanto risulta  gravoso sedersi sul bordo della fossa reclamando la capacità di saper raccontare, immaginare l’inimmaginabile. Quanto, in che misura, l’archivio fotografico o quello letterario possono aiutare a capire?  E  quanta parte di queste immagini asserragliate in pellicole bianconere, di queste  lettere barricate in libri cupi, sono il reale corpus della personale memoria?   Certo, questa è memoria del sapere, prodotto dell’accumulo d’informazione, memoria procurata, ottenuta, procacciata, memoria, infine, acquisita. Ciò nonostante, Memorie da Berlino, non è da considerarsi un lavoro le cui fonti sono inevitabilmente ed unicamente quelle storiche. Questo ciclo pittorico, che tanto insiste su determinati scenari che ebbero a vedersi tra la fine degli anni trenta e che si spinsero fin sino alla fine degli anni ottanta del 900 in una precisa area geografica dell’Europa, è saturo di contenuti contemporanei che vanno ben al di là sia dei vecchi confini del blocco sovietico, sia dell’arco dei cinquant’anni di cui appare prigioniero. Talvolta, si ha l’impressione che le grandi recinzioni, gli orribili reticolati, che hanno simboleggiato la sofferenza degli ebrei d’Europa, siano gli stessi muri, le stesse palizzate, gli stessi check-point che oggi si presentano  agli occhi dei popoli della Palestina.  Tuttavia, al di là dei metodi di recupero di ciò che accadde cinque, cinquanta o cinquemila anni addietro di cui non si è avuta esperienza diretta, ciò che ha valore è capire.  Capire  perché un giorno  bussando alla  mia porta, un uomo  che tanto  mi somiglia,  mi trascinerà  a morire.

 

 

 

Memories from Berlin is a backward trip, it is a reversed way. The itinerary of this young and fragmentary, but not innocent either superficial, memory has to be followed from the back side without looking anywhere else than forword. This memory is a reversed film which starts from the end. It is an approach from the back side. A similar memory opens to the border of an erected curtain in the heart of Europe which broke up Berlin into two civilizations. Berlin-Lager; trench after trenches, barricades after barricades. Lager as consequence af  Lagers. On the East side, the Past didn’t come back, it didn’t repeat. But it stayed something of  Today. The Past was irrationally contemporary. The Berlinese curtain wasn’t a macabre return to a recent happening. It was a confirmation of a previous situation marked by blocks distructions. The individual didn’t become a prisoner once again, but he continued to be a prisoner. This whole situation went further of all the political prerogatives, and all the geopolitic configuration started with the fall of  Berlin. Those people who escaped from the nazist rage and left back Buchenwald, after a while, they couldn’t do anything else than going to Stalingrad and to the check-point of Germany. Bernil 1961, the memory starts its itinerary and its trip. We still have into our eyes the curtain and the barricades of Germany. Auschwitz 1943, the itinerary stops and all you can see is what we still have impressed into our eyes. Curtains and barricades of Germany. The memory stops and refrains its breath into the bowels of Eastern Europe. Our memory observes incredulous the border of  Poland, where the camps used to be. It’s on these nettings and palisades, it’s on these barriers responsables of this broken civilization and that still leave a mark today; it’s right here that the memory stops its itinerary to reach and to be what it really is: Memory of the camps, Memory of the evil. Nevertheless, how heavy it’s to seat on the border of this grave to claim the ability to tell and to imagine what it’s unimaginable. How the pictures and the literature can help to understand? How many of these photos and these books posseed the real contents of the personal memory? Of course, this is an acquired memory, it is an accumulation of external information. Anyway, Memories from Berlin, should not be considered as a work based only on historical sources. This pictorial cicle insiste on some specific scenarios between the end of the 30’s and the end of 80’s into a determinate geographical area of  Europe. It’s full of contemporary contents which go further than the old sovietic frontiers and the 50’s. Sometimes the huge enclosure-walls, the awful barricades which are the simbols of all the sufferings Hebrews, they seem to be exactly the same than same then the walls, the berricades and the check-points that today are right in front of the Palestine population. Anyway what really metters is more the understanding of all the events than the method to rescue the happening of 5, 50 or 5000 years ago. It’s important to understand the reason that one day will push a man to knock at my door to bring me to die.   

 

                               

 

                             

 

                             

 

                             

 

                             

              

 
   

Un esame coraggioso e sincero della vita contemporanea che diventa per l’artista un obbligo morale. Un conflitto interno con il reale della vita e l’orrore del reale stesso, specchio dell’annullamento dell’uomo. Allora Marco Natale massicciamente si fa avanti, espone, sistema, rappresenta su ampie tavole graffiate e sofferte, palizzate e fili spinati, barricate e recinzioni. È un modo per risalire la realtà rivivendola attraverso una memoria che non è solo la propria, ma è quella dell’uomo trafitto e ucciso, dell’uomo armato e assassino. Comunicazione di due memorie, presente e passata in una equivalenza smascherata nella materia segnata. La pena non è di cose dimenticate, ma di cose ancora troppo vive e presenti. Non è il tempo del dovere della memoria, per Marco Natale è il tempo invece di una domanda audace: è possibile raccontare l’orrore? L’umanità viene allora affidata ai segni, alle abrasioni, alle raschiature del colore. Sono tracce della dignità dell’uomo, tracce vive, echi di frantumazione di vita che risucchiano con odore di morte le nostre esistenze. È possibile ricordare? È possibile fare poesia, arte? Berlino è stata divisa per 28 anni da un muro lungo 40 km, con una quantità spaventosa di posti di blocco e di controllo. Oggi i reticolati e le pietre non ci sono più ma il sentiero della memoria, senza alcuna misura, continua al di là del tempo e dello spazio. Il sentiero attraversa la città moderna per giungere ad antichi campi di morte e di li ritornare indietro, continuare percorsi non segnati e strade non tracciate. Quello che fa Marco Natale non nasce dall’occasione, dall’emozione di un viaggio, di una foto, di un check-point Charlie per turisti ma da una riflessione costruita nel tempo, cresciuta nelle letture,  nelle parole e nelle immagini degli altri, nel coraggio, perché no, di avvicinarsi ad emozioni laceranti cercando di rendere ragione a se stesso. In intuizioni sciolte da banalità, l’articolazione dell’intera superficie delle opere è protetta da ogni possibile arbitrio grazie al sicuro istinto dell’artista. Sulle intense superfici cromatiche non registra il suo tema con segni di sfacelo, di morte. Nella lacerazione graffiante della materia, il chiaro si insinua nelle tenebre: solo questa restituzione di colore ci permette un pensiero più lieve. Marco Natale va più lontano dell’informale in lui l’emozione è provocata dalla meditazione, forse pensa anch’egli che tacere è proibito, parlare è impossibile. Non gli resta che capire.                                                                                                                                                                                        Giustina Coda

 
         
 

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